
Non è solo una questione di “culle vuote” o di grafici demografici che virano al rosso. Quella che stiamo vivendo è la lenta agonia di un contratto sociale. Il sistema contributivo, introdotto anni fa per salvare i conti dello Stato, si sta trasformando in una ghigliottina per chi oggi lavora e produce. Ma la lama non colpirà tutti allo stesso modo: la vera ecatombe sociale si consumerà lungo la linea di faglia che separa il lavoro dipendente da quello autonomo, in un’Italia che tra quindici anni sarà tecnicamente più povera, più vecchia e senza paracadute.
Il cuore tecnico del disastro risiede nei tassi di sostituzione, ovvero il rapporto tra l’ultimo stipendio percepito e la prima rata della pensione. Se per i lavoratori dipendenti la situazione è critica, per il popolo delle partite IVA e del lavoro autonomo è tragica.
Grazie a un’aliquota contributiva più alta (33%), chi ha avuto la fortuna di una carriera lineare potrà sperare in una pensione pari al 60-65% dell’ultima retribuzione. Ma è una stima ottimistica: con le carriere “a singhiozzo” dei giovani d’oggi, la cifra è destinata a crollare verso il 50%.
Qui il baratro è spalancato. Con aliquote contributive storicamente più basse (intorno al 24-25%), il tasso di sostituzione precipiterà verso il 40%. Significa che un professionista abituato a guadagnare 2.500 euro al mese si ritroverà, da un giorno all’altro, con un assegno da 1.000 euro. Un declassamento brutale che colpirà proprio quella classe media che è stata, per decenni, il motore dei consumi e del risparmio nazionale.
L’editoria finanziaria e la politica ripetono come un mantra la soluzione: la previdenza complementare. Peccato che i dati raccontino una realtà diversa. Con salari reali fermi al 1990 e un costo della vita in ascesa, la capacità di risparmio delle famiglie italiane è ai minimi storici.
Solo il 25% dei giovani lavoratori sta versando fondi in una pensione integrativa. Il restante 75% sta inconsapevolmente scommettendo su una vecchiaia di stenti. Lo Stato, nel frattempo, continua a comportarsi come un socio parassitario: incassa contributi oggi per pagare i debiti di ieri, sapendo perfettamente che domani non avrà nulla da restituire se non “assegni di cittadinanza” travestiti da pensioni.Mentre l’assegno previdenziale si assottiglia, i costi per la salute esplodono. La popolazione ultra-settantenne, entro il 2040, supererà la soglia critica dei 12 milioni di persone.
Lo Stato si troverà di fronte a un bivio atroce:
aumentare la tassazione sui pochi giovani rimasti, accelerando la loro fuga all’estero?
o tagliare drasticamente le prestazioni sanitarie, trasformando la salute in un bene di lusso accessibile solo a chi ha un’assicurazione privata (che oggi quasi nessuno può permettersi)?
L’Italia sta perdendo la sua battaglia più importante: quella della sopravvivenza economica. Quando i consumi del ceto medio crolleranno perché i pensionati non avranno più potere d’acquisto, l’intero sistema produttivo nazionale entrerà in avvitamento. Meno IVA nelle casse dello Stato, meno tasse sulle imprese, meno servizi.
Il futuro che ci attende non è una “decrescita felice”, ma un’eclissi del benessere. Se non si interviene oggi con una detassazione selvaggia per chi fa figli e per chi investe in previdenza privata, e se non si smette di tartassare l’unico lavoro rimasto, tra 15 anni il “modello Italia” sarà solo un capitolo malinconico nei libri di storia economica.