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28 Jan
DUGIN, DUGHINISTI E CONFUSIONARI VARI. FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA

Dall’inizio della crisi ucraina (2014) ha attecchito una tendenza assai perniciosa tanto per gli europei quanto per i russi: chiunque avverta l’esigenza di farsi un’idea autonoma, libera dalle letture “sistemiche” e propagandistiche dei principali media, della Russia e, nel caso dei russi, dell’Europa occidentale, per qualche oscuro e mistico motivo fa professione di fede, diventando un adepto dughiniano. Aleksandr Gel‘evič Dugin è un filosofo tradizionalista russo (tristemente) molto noto. Grande traduttore e divulgatore del pensiero della “destra europea”, egli si è altresì occupato di “imperismo”, eurasiatismo, multipolarismo, elaborando la cosiddetta “Quarta Teoria politica” che, in realtà, non si capisce bene in che cosa consista al di là della ripetizione tautologica secondo cui essa non corrisponde e supera le dottrine politiche (fascismo, comunismo, liberalismo). L’eurasiatismo è una corrente di pensiero relativamente recente (ha circa 100 anni) storicamente elaborata da alcuni emigranti russi prima di apprestarsi a fare ritorno nella Russia ormai sovietica: essa, pertanto, tende a sottolineare l’unicità del paese in contrapposizione all’Europa occidentale o, più in generale, all'”Occidente collettivo”. Gli eurasiatisti odierni, soprattutto quelli di sinistra e/o rossobruni (si pensi a Rustem Vachitov), spesso e volentieri si rifanno al pensiero slavofilo (primo su tutti, Danil‘evskij), che utilizzano per giustificare il proprio antieuropeismo viscerale. Costoro sono dichiaratamente avversi all’europeità in generale e, ovviamente, a quella della Russia.È quindi singolare che in Europa, al contrario, molti “europei identitari” (di diverso orientamento) facciano affidamento alle dughinate del momento per proporre una lettura diversa dell’attualità o, a seconda dei casi, parlare di “Grande Europa” (cioè di uno spazio economico e politico unitario che vada da Lisbona a Vladivostok). Inoltre, nella fattispecie spesso si sottolinea la necessità di unire le forze “antisistemiche”, non prestando attenzione al fatto che Dugin, in Russia, è un intellettuale ipersistemico. Perché ogni visione delle cose o teoria alternativa che gli europei occidentali propongono ai russi e viceversa deve per forza passare per la storpiante e annichilente mediazione eurasiatico-dughiniana? In realtà, essa mira a rendere vano ogni tentativo di dialogo, coerentemente con il proprio antieuropeismo il quale, a differenza di quello che si pensa, non si riduce all’antieurocentrismo, essendo, a seconda del concetto di Europa proposto, tradotto come anticattolicesimo (spesso addirittura come anticristianesimo), antilatinismo, antiliberalismo, anticapitalismo etc.Un altro aspetto per cui molti intellettuali europei accolgono con favore le teorie dughiniane è il loro carattere “imperiale”, riducendo tale aggettivo all'”antinazionalismo” (nella maggior parte dei casi all’avversione dell’idea novecentesca dello stato-nazione). D’altro canto, Dugin e i suoi discepoli, soprattutto quando parlano e scrivono in russo (e non in inglese), utilizzano la stessa aggressività dei “nazionalisti” e dei “razzisti” cambiando semplicemente diretto interessato: a costituire una minaccia esistenziale per la sopravvivenza dell’Eurasia è, appunto, l’elemento europeo occidentale in tutte le sue forme. Quindi, al di fuori del pantheon sincretistico-relativistico eurasiatico, le cose, in realtà, non cambiano: ad essere accettato è solo ciò che può essere piegato al tipo di multiculturalismo appena tratteggiato. A livello mediatico, pubblico e divulgativo gli eurasiatisti dughiniani sono noti per i loro toni catastrofisti e apocalittici. Anche da prima dei tristi eventi ucraini, per loro lo scontro con l’Occidente era totale. A causa dell’assolutizzazione fisolofico-culturale degli alleati e degli avversari geopolitici, in futuro potrebbero emergere alcune difficoltà con la spiegazione dei nuovi equilibri mondiali o regionali, ossia delle cause del cambiamento di particolari interessi politici. Tuttavia, per loro tutto è facilmente risolvibile. Per quanto riguarda gli antagonisti di ieri, si potrà semplicemente affermare che, come accade oggi, nessuno è ostile al “vero” Occidente (tradizionale), ma solo alla sua corruzione progressista, liberale e globalista. In riferimento ai vecchi amici, allo stesso modo si potrà dire che sono degenerati, hanno deviato dalla loro via, dalla missione, proprio come fanno oggi l’Europa e gli Stati Uniti. Un interessante corollario riguarda l’uso anticipato di armi nucleari che gli eurasiatisti invocano regolarmente. In tal caso non c’è da preoccuparsi: un ipotetico attacco non sarebbe rivolto contro l’Europa classico-cristiana, ma solo contro quella seguita dalla Rivoluzione francese. In breve, per gli eurasiatisti tutto è possibile: in qualsiasi momento ogni paese può trasformarsi in un amico o un nemico, nel servo di Dio o di Satana. Gli eurasiatisti parlano di nuovi inizi” e “nuove vie” finalmente, provvidenzialmente e definitivamente “imboccate” da circa 25 anni (lo stesso dicasi della “risoluzione” di ogni “sfida” geopolitica che diventa necessariamente una missione “destinale” che non può essere postposta e disattesa). L’enfasi della loro retorica è tutta rivolta al breve termine: è molto raro che costoro parlino di come instaurare relazioni proficue con paesi che, in ogni caso, complessivamente i russi conoscono meno di quelli europei (si pensi alla Corea del Nord). Non è da escludere che le strategie mediatiche e comunicative di Dugin e i suoi discepoli siano da interpretare alla luce di una futura ambizione politica del primo. Attualmente, a differenza di quello che si pensa in Occidente, l’influenza reale degli eurasiatisti sulla classe dirigente e gli apparati del paese è assai limitata. I media occidentali subiscono proprio l’influenza dell’enfasi retorica degli eurasiatisti: si ritiene che più i toni siano catastrofisti, estremisti e apocalittici, più essi influenzino non tanto gli apparati dello stato, quanto il presidente in persona (cosa falsissima). Come che sia, oltre al suo opportunismo, la strategia scelta da Dugin è controproduttiva poiché la commistione sincretica di ogni anima del paese permette solo una parziale compattazione della società e conservazione dell’immaginario simbolico-valoriale dell’attuale opinione pubblica. Il grado di condivisione delle interpretazioni proposte è indirettamente proporzionale alla realizzabilità di qualsiasi nuovo progetto, poiché essa richiede una presa di posizione che, per forza di cose, condurrà all’esclusione di alcune posizioni.Al netto delle difficoltà legate a un cambio di rotta retorico-mediatico, avere dalla propria parte ortodossi e islamici più o meno fondamentalisti, estreme destre, estreme sinistre, monarchici, filo-imperiali, neopagani etc. significa esasperare la principale manchevolezza del panorama culturale e spirituale della Federazione russa, cioè il suo carattere “neospirituale” (nel senso spengleriano del termine).

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