
Sotto la superficie di una tenuta finanziaria spesso sbandierata dai palazzi del potere, l’Italia sta silenziosamente smantellando le fondamenta del proprio futuro. Non è un crollo improvviso, ma un’erosione lenta, costante e apparentemente inarrestabile. Il Paese si trova oggi stretto in una morsa mortale: da un lato una demografia da “inverno perenne”, dall’altro un sistema produttivo che espelle le sue menti migliori, lasciando dietro di sé una società destinata alla povertà e uno Stato che rischia il default sociale.
Il primo segnale della resa è la fuga dei giovani. Ogni anno, decine di migliaia di laureati e tecnici specializzati lasciano l’Italia, non per spirito d’avventura, ma per necessità. Questo esodo non è solo una perdita affettiva, è un disastro contabile: lo Stato investe miliardi nella formazione di cittadini che poi andranno a generare PIL, innovazione e tasse in altri Paesi.
Rimanere significa spesso accettare salari fermi al palo da trent’anni, precariato cronico e l’impossibilità di pianificare una vita. Senza questa forza motrice, il Paese perde l’unica risorsa capace di generare quella produttività necessaria a sostenere il debito pubblico e i consumi interni.
Mentre la base produttiva si restringe, la piramide demografica si inverte. Nei prossimi 15 anni, l’Italia affronterà lo shock della prima vera generazione che andrà in pensione interamente con il sistema contributivo.
Il quadro che si profila è drammatico:
assegni da fame: carriere frammentate e contributi versati su stipendi bassi produrranno pensioni che non garantiranno la soglia di sussistenza.
Solo una minima parte dei lavoratori ha sottoscritto fondi pensione o assicurazioni private.
Una massa critica di milioni di anziani poveri porterà a una contrazione verticale della domanda interna, mettendo in ginocchio il settore dei servizi e del commercio.
Il declino economico si riflette inevitabilmente sulla tenuta fiscale. Uno Stato che vede diminuire i lavoratori e crollare i consumi (e dunque il gettito IVA e IRPEF) entra in una spirale di insolvenza funzionale.
Invece di investire, la macchina pubblica diventa “parassitaria” per necessità: è costretta a tassare sempre di più una base produttiva sempre più esigua per mantenere un apparato burocratico e assistenziale elefantiaco. Quando le tasse non basteranno più, l’unica strada sarà il taglio lineare dello stato sociale. Sanità, istruzione e trasporti diventeranno servizi per pochi, impoverendo ulteriormente quella classe media già declassata e spingendo il Paese verso una polarizzazione sociale senza precedenti.
Il problema non risiede nell’attuale contingenza politica, ma in una miopia geopolitica e industriale che dura da decenni. Abbiamo smesso di proteggere le nostre fabbriche, abbiamo permesso che i centri decisionali si spostassero altrove e abbiamo trattato i giovani come una variabile di scarto.
Tra quindici anni, senza una radicale inversione di marcia che riporti il lavoro di qualità e la natalità al centro dell’agenda nazionale, l’Italia rischia di diventare un Paese dormitorio: un luogo dove la ricchezza è solo un ricordo del passato e dove lo Stato, incapace di rigenerarsi, si limita a gestire la redistribuzione della scarsità.