
Mentre i palazzi della politica romana discutono i dettagli del Piano Mattei, cercando di dare un nome e una struttura a una proiezione geopolitica necessaria ma tardiva, il mondo non ci ha aspettato. La notizia che arriva dal Burkina Faso, un Paese che l’immaginario collettivo occidentale relega ancora ai margini delle statistiche sulla povertà, non è solo una curiosità industriale: è un monito. L’avvio della produzione locale di veicoli elettrici a Ouagadougou è il segnale che il paradigma è cambiato. Mentre noi gestiamo il declino e la dismissione delle nostre fabbriche, l’Africa inizia a costruire il proprio futuro. E lo fa con capitali, tecnologie e visione che non sono più europei. Il Burkina Faso non è diventato un hub dell’automotive green per miracolo divino. È il frutto di una strategia decennale della Cina, che ha smesso da tempo di essere un semplice acquirente di materie prime per diventare il principale partner infrastrutturale e industriale del continente. Pechino non esporta solo merci; esporta il “modello sviluppo”. Mentre l’Europa si attorciglia in regolamenti ambientali stringenti che spesso finiscono per soffocare la propria industria manifatturiera, la Cina mette le mani sul litio, sul cobalto e sulle terre rare, fornendo al contempo all’Africa le fabbriche per trasformare quelle risorse in prodotti finiti.Il risultato è un paradosso doloroso: l’Italia, culla del design e della meccanica, vede la propria produzione automobilistica crollare ai minimi storici, con stabilimenti desertificati e una crisi dell’indotto che minaccia la tenuta sociale del Paese. Al contempo, nazioni africane che fino a ieri consideravamo solo destinazioni di aiuti umanitari si candidano a diventare i nuovi stabilimenti del mondo. Il Piano Mattei, voluto dal governo Meloni, nasce con l’intento nobile di invertire la rotta di un “colonialismo predatorio” che ha lasciato ferite profonde e un odio radicato verso la vecchia Europa. Ma la nobiltà dell’intento deve fare i conti con la realtà dei numeri. L’Italia si muove con le risorse di un bilancio pubblico asfittico, cercando di ricucire rapporti diplomatici logorati da decenni di assenza e visione miope.Il problema non è solo la volontà politica attuale, ma l’eredità di un’ottusità geopolitica che per trent’anni ha ignorato l’Africa, lasciando campo libero a Russia e Cina. Oggi l’Europa è percepita come un partner esigente, paternalista e, soprattutto, tecnicamente “lento”. L’Africa oggi non chiede solo scuole e pozzi; chiede parità industriale. E se l’Europa non è in grado di fornirla, il resto del mondo lo sta già facendo. Se la tendenza non verrà invertita con una politica industriale interna che sia finalmente aggressiva e una strategia continentale verso l’Africa che vada oltre la semplice gestione dei flussi migratori e dell’energia, tra quindici anni il risveglio sarà brutale. Rischiamo di ritrovarci in un’Italia trasformata in una splendida meta turistica ma priva di muscoli industriali, circondata da un Mediterraneo dove le rotte commerciali non portano più verso di noi, ma dai nuovi porti africani verso l’Asia.Il Piano Mattei rischia di essere un sasso gettato in uno stagno ormai troppo profondo. Per evitare che rimanga un “nulla” dinanzi ai mutamenti globali, serve un’iniezione di realismo economico: non c’è influenza geopolitica senza potenza produttiva. Se non torniamo a produrre in Italia, non avremo nulla da insegnare, né da scambiare, con l’Africa che avanza e il resto del mondo.