
Diciamocelo chiaramente, senza girarci intorno: guardare a Ovest, oggi, fa venire il voltastomaco. Tra un’Europa che ci tratta come una colonia di serie B da regolare a suon di direttive sulle case green e tappi di plastica, e un’America che esporta solo caos geopolitico e deliri woke, la tentazione di mandare tutti a quel paese e guardare con simpatia a chiunque altro è fortissima. Lo capisco. È una reazione viscerale, quasi un atto di igiene mentale. Eppure, in questo panorama desolante, c’è un fatto che i soloni da tastiera tendono a dimenticare: l’Italia, questa Italia bistrattata, deindustrializzata a parole e umiliata nei palazzi che contano, è un mostro di resilienza. Siamo un Paese senza una briciola di carbone, senza una goccia di petrolio, incastrato in un sistema europeo che sembra scritto apposta per favorire i soliti noti.Eppure, eccoci qui: abbiamo appena superato il Giappone. Siamo una potenza mondiale dell’export. Compriamo il nulla dal mondo, ci mettiamo dentro il nostro genio, la nostra identità e il nostro sudore, e rivendiamo prodotti che gli altri possono solo sognare. Siamo con l’acqua alla gola da dieci, venti, trent’anni, ma mentre gli altri affogano, noi abbiamo imparato a fare apnea agonistica. Saremmo potuti essere dei giganti? Certamente. Ma le politiche senza prospettiva, degli ultimi 30 anni, fatte di mance elettorali e sottomissione ai desiderata di Berlino, ci hanno tarpato le ali. Guardate la Spagna: erano anni luce indietro. Hanno fatto politiche serie, hanno difeso il loro interesse nazionale con più furbizia e oggi corrono. Noi invece? Noi abbiamo passato il tempo a farci la guerra interna, a pestarci le palle da soli con una burocrazia che è il vero nemico interno, peggio di qualsiasi commissario europeo. Ma qui arriva il punto dove il realismo deve vincere sulla simpatia ideologica. Siamo davvero convinti che, se domani saltasse tutto il sistema occidentale, con la Cina o l’India staremmo meglio?Noi siamo trasformatori. Abbiamo bisogno di mercati che paghino per la qualità, non di padroni che ci usino come discarica o come manovalanza a basso costo. Se pensiamo che Pechino ci tratterebbe con più rispetto di Bruxelles (e stiamo dicendo Bruxelles), siamo degli illusi o degli sprovveduti. In un mondo dominato da colossi demografici senza scrupoli, l’Italia da sola diventerebbe un banchetto per cannibali in meno di una settimana.Siamo messi male, ma gli altri sono alla frutta. Guardiamoci intorno: la Germania è in crisi d’identità e industriale, la Francia è una polveriera sociale pronta a esplodere ogni sabato sera. Noi, in questo disastro globale, stiamo ancora in piedi. Il futuro non è roseo, è vero, ma non lo è per nessuno.Il paradosso è che siamo una Ferrari guidata da gente che tira il freno a mano per paura di sbandare o per compiacere il vicino di casa. Smettiamola di sognare salvatori che arrivano da Mosca o da Pechino e smettiamola di piangerci addosso. Siamo l’unico Paese al mondo capace di fare miracoli senza risorse. Il problema non è solo l’Europa, non sono solo gli USA: il problema è che siamo gli unici capaci di sabotare un successo che, nonostante tutto, resta incredibile.