
n un’epoca come la nostra, dove lo scenario internazionale è in costante ebollizione, assistiamo a un passaggio cruciale: dalla pretesa di un mondo unipolare, dominato da un unico polo di potere – quello occidentale, con epicentro a Washington – verso l’emergere di un ordine multipolare, dove attori come Russia, Cina, India e altri emergenti rivendicano un ruolo paritario. Questo shift non è solo una questione di mappe geopolitiche ridisegnate, ma un terremoto che tocca economia, alleanze militari, flussi culturali e persino l’identità delle nazioni. Gli esiti, come ben sanno gli studiosi, sono incerti e potenzialmente destabilizzanti: basti pensare alle tensioni in Ucraina, che dal 2022 hanno accelerato questa transizione, o al rafforzamento dei BRICS, che nel 2023 hanno ampliato il loro blocco includendo nuovi membri come Egitto, Iran e Arabia Saudita, secondo quanto riportato da fonti come il Council on Foreign Relations e Reuters. Eppure, troppo spesso il dibattito pubblico su questi temi si riduce a caricature: da un lato un occidentalismo acritico e propagandistico, che vede l’Occidente come baluardo indiscusso della democrazia; dall’altro, una contestazione generica e manichea, che divide il mondo in “buoni” e “cattivi” senza sfumature.In questo contesto, troviamo un patriottismo surrogato, per conto terzi: chi idealizza l’Occidente come una patria ideale, con sede a Washington, evocando stereotipi da film hollywoodiani – un po’ come i personaggi ironici di Alberto Sordi nei suoi classici – e chi, per reazione, sostituisce i poster adolescenziali del sistema stellare anglo-americano con quelli degli “Stati canaglia”, finendo per romanticizzare regimi lontani senza comprenderne le complessità. Noi del “Talebano” crediamo che questi dualismi, opposti ma in realtà complementari, nascano da un’alienazione profonda e da una mancanza di conoscenza storica e geopolitica. È proprio qui che emerge la necessità di porsi come osservatori attenti e studiosi, liberi da pregiudizi, per decifrare le mutazioni in corso. Le crescite economiche della Cina, che secondo il Fondo Monetario Internazionale ha superato gli USA in termini di PIL a parità di potere d’acquisto già nel 2014 e continua a espandersi, o il riposizionamento della Russia come fornitore energetico alternativo all’Europa post-2022, non sono eventi isolati ma segnali di un mondo che si riequilibra. Ignorarli o ridurli a narrazioni binarie significa perdere l’opportunità di comprendere come queste dinamiche influenzino il nostro futuro, dall’energia alla sicurezza cibernetica.Per approfondire una realtà centrale in questo puzzle multipolare – la Russia, spesso amata o odiata per motivi superficiali ma raramente analizzata in profondità rispetto alla nostra civiltà europea – abbiamo incontrato un esperto qualificato: Sacha Cepparulo, autore del saggio “La Russia allo specchio. Le correnti di pensiero politico all’ombra del Cremlino”, edito da Idrovolante Edizioni. Cepparulo, nuovo collaboratore de il Talebano, ha vissuto per anni nella Federazione Russa. Il suo è quindi uno sguardo interno e critico sulle ideologie che animano il dibattito russo contemporaneo.Vuole presentarsi ai nostri lettori?Certo. Mi chiamo Sacha Cepparulo, ho 30 anni e sono nato e cresciuto a Magenta, in provincia di Milano. Ho vissuto quasi 9 anni in Russia, un anno e mezzo a Novosibirsk, terza città del paese che si trova in Siberia, e a San Pietroburgo, dove ho studiato Filosofia e Letteratura russa. Sono tornato in Italia da pochi mesi. Collaboro con diverse case editrici e riviste italiane e russeLei ha scritto un bellissimo testo “Russia allo specchio le correnti di pensiero all’ombra del Cremlino” di cosa tratta il testo?In questo testo provo a fare un po’ di chiarezza sulla Russia, sia per noi europei occidentali sia per gli stessi russi, che io intendo come integralmente popolo europeo (orientale). Insieme alla sua europeità culturale e geopolitica, un altro fondamento teorico della mia indagine è la distinzione tra la Russia e la Federazione russa, erede de iure e de facto dell’URSS. Nonostante gli storici giustamente ci insegnino che nella storia è più facile vedere la discontinuità e, pertanto, è doveroso altresì indagare la continuità tra realtà, periodi, eventi assai differenti, la rivoluzione bolscevica segna realmente uno spartiacque nella storia del paese: i russi post 1917, che io definisco “post-russi” (stessa cosa dicasi delle due compagini statali seguite), mangiano, scrivono, parlano (il russo di oggi, estremizzando, può essere definito “sovietico”), si vestono, costruiscono, studiano e organizzano la propria vita individuale e collettiva in modo totalmente diverso. Il 1917 ha interrotto lo sviluppo, l’evoluzione organica che caratterizzava la Russia fin dalle sue origini e, a differenza di quanto sostenuto da molti slavofili e qualche eurasiatista, il paragone con la “rivoluzione” di Pietro il Grande non regge. Pertanto, con tali affermazioni non si sta banalmente constatando il cambiamento cronologico dei russi, ma, semmai, sottolineando la diversità dei percorsi, delle “vie” russe e non-russe o, forse sarebbe meglio dire, “antirusse”. Tali presupposti teorici sono elaborati nel primo capitolo del testo, “Impero russo, URSS e Federazione russa”. Gli altri capitoli invece si propongono di fotografare il paese: sono considerate criticamente le teorie o, semplicemente, le posizioni politiche, culturali, ideali, ideologiche che descrivono l’andamento del dibattito pubblico, pubblicistico, intellettuale e accademico del paese. La questione dirimente riguarda il problema della continuità della storia del paese: a tutti questi livelli, sia per la società civile sia per la classe dirigente (nei paesi post-sovietici la differenza antropologica tra questi due gruppi è pressoché nulla) è fondamentale, essenziale, vitale leggere i periodi incarnati dagli organismi statali sopramenzionati in maniera unitaria. Semplificando, l’URSS avrebbe salvato la Russia dalla criticità interne ed inevitabili dell’Impero russo, mentre la Federazione avrebbe fatto lo stesso nel caso dell’anarchia post 1991. In questo modo, l’URSS viene “russificata”, cioè intesa come stato nazionale russo, come manifestazione dello spirito dell’etnia demograficamente maggioritaria, realizzazione massima della sua missione “speciale”, messianico-escatologica, mondiale, eterna. Chi invece sostiene la tesi della discontinuità complica, a fin di comprensione, le cose, leggendo negli avvenimenti il mescolarsi, lo scontrarsi di tendenza opposte, inconciliabili, che possono trovare una sintesi solo nei casi limiti, dove a rischio è l’esistenza stessa della nazione: è per questo che, a titolo esemplificativo, il noto scrittore russo Solženicyn nel Secondo conflitto mondiale combattè nell’armata rossa. L’affinità tra URSS e Federazione russa (RF) invece si spiega sulla base della vicinanza tra le ideologie a cui fanno rispettivamente riferimento: il socialismo e il liberalismo, le quali differiscono solo per aspetti secondari riguardanti l’organizzazione dell’ambito socio-economico della vita individuale e collettiva. Viceversa, unendo l’URSS e la RF da un presunto punto di vista “nazionale-russo” si ribadisce in maniera solo apparentemente contraddittoria la differenza rispetto il contesto prerivoluzionario: ciò che oggi i russi postsovietici chiamano “laico” corrisponde a ciò che ieri era “ateo”, mentre nell’Europa occidentale il riferimento, nonostante tutto, è ancora religioso. Il laicismo europeo occidentale ha riproposto visioni cristiane delle cose “semplicemente” privandole del loro fondamento trascendente: la rottura con questa eredità è stata quindi assai graduale, alla fine il “wokeismo” ha iniziato a diffondersi esplicitamente negli anni ’90. Tale divaricazione nei processi di secolarizzazione permette di confutare tutte le interpretazioni e le teorie che vedono nella RF qualcosa di realmente conservatore-tradizionale: tutto quanto c’è di “tradizionale” nell’attuale discorso russo si riduce in verità alla necessità di fronteggiare la crisi demografica e tenere unita, salda e compatta la società in un momento delicato come quello corrente. I contenuti propositivi quindi scarseggiano, riducendosi all’attivismo prolifico (il come poco importa) e al conservatorismo sociale nel senso “borghese” del termine. Quanto detto permette di analizzare non solo la forma e la sostanza delle correnti politiche e intellettuali considerati, ma, al tempo stesso, di sopperire la principale deficienza dell’approccio liberale condiviso a livello generalizzato, cioè di spiegare il perché esista l’esigenza condivisa dalla maggior parte della popolazione e non riducibile all’elemento ideologico-propagandistico di trattare, appunto, determinate tematiche quali il “conservatorismo”, il “tradizionalismo”, il “rossobrunismo” (anche nei casi in cui esso non è definito tale) e, infine, l’“eurasiatismo” (invero assai analogo al precedente). Il consiglio non richiesto espresso da questo saggio mi sembra in perfetta sintonia con lo spirito de Il Talebano: se nei confronti delle principali narrazioni occidentali, giustamente definite “mainstream”, si è molto critici e scettici, non si capisce perché, nel caso di altri discorsi, che differiscono da quelli precedenti solo per il fatto di dichiararsi autonomamente alternativi e anti-mainstream, ossia antisistemici, si è bonariamente accondiscendenti e non altrettanto obiettivi, selettivi. Un caso da questo punto di vista emblematico è l’eurasiatismo dughiniano, trattato sia nel saggio sia sulle pagine de Il Talebano.In conclusione, con questo libro mi sono proposto di analizzare e rappresentare la profonda complessità di un paese come la Russia, la quale attualmente unisce e divide personalità e realtà collettive delle formazioni più disparate: religiosi, atei fondamentalisti, destre, sinistre, fino al 2014 anche formazioni di centro, filooccidentali e antioccidentali etc. Nel libro a cui sto già lavorando e che conto di terminare nei prossimi due mesi, oggetto di indagine non saranno tanto le parole, ossia i discorsi, le teorie e gli argomenti condivisi piu o meno consapevolemente da tutte le componenti della società, quanto i fatti linguistici, culinari, artistici, storici che differenziano la Russia prerivoluzionaria da ciò che ne è seguito.