
Nei licei italiani solitamente agli studenti viene fatto leggere Il Candido o l’ottimismo di Voltaire. Quando lo si analizza con l’insegnante, ci viene spiegato che, sulla base del suo pragmatismo, il filosofo francese smaschera la teoria metafisica di Gottfried Wilhelm Leibniz secondo cui il nostro sarebbe «il migliore di tutti i mondi possibili». Quest’opera in sé è molto importante e interessante, soprattutto per la soluzione proposta ai problemi esaminati: il celeberrimo «bisogna coltivare il proprio giardino». La mia critica è rivolta contro l’uso ideologico che spesso e volentieri se ne fa. Nelle scuole italiane, essa viene presentata come un manifesto antimetafisico e antireligioso tout court. Le descrizioni di cataclismi naturali e di sventure storico-personali (e quindi delle presunte “prove” di tipo empirico) sarebbero sufficienti a dimostrare non solo l’astrattezza, ma anche la dannosità di qualunque metafisica e visione religiosa delle cose. Alla lettura liberal-massonica di matrice risorgimentale si aagiunge inoltre quella di sinistra, caratterizzante il sistema scolastico italiano dal dopoguerra fino ai nostri giorni. La stessa soluzione proposta da Voltaire viene presentata come conferma del sano pragmatismo illuminista: l’uomo non è onnipotente e molte cose non dipendono né dalla sua volontà né dalle sue azioni; perciò è bene ridurre le proprie aspettative e operare in base alle proprie possibilità (i confini del nostro giardino, appunto). Tale condizione in verità non è mai stata negata né dalla metafisica Descartes, né da quella di Leibniz, né, tantomeno, dalla concezione cristiana dell’uomo. Il fatto che questi autori sviluppino una metafisica non significa che neghino verità di fatto. Cartesio, per esempio, per spiegare l’uomo sia come sostanza sia come fatto elabora la categoria (in realtà piuttosto problematica se rapportata alla distinzione sostanziale tra pensiero ed essere) dell’unione, appunto, delle due sostanze metafisiche. Per quanto riguarda Leibniz, la celebre “massima” con cui si riassume una delle più importanti dottrine della sua metafisica («il nostro è il migliore di tutti i mondi possibili»), può essere espressa in modo più semplice, come recita la saggezza popolare: “non c’è limite al peggio”. Infatti, il fatto che il nostro mondo sia il migliore di tutti i mondi possibili è spiegato dalle caratteristiche essenziali della natura del suo Creatore, inteso (anche) da un punto di vista puramente teorico-metafisico (deistico). Il «migliore dei mondi possibili» non è né immutabile né perfetto in quanto tale; in termini religiosi, esso può essere redento dalla caduta originaria. Invero esiste una posizione ancora più radicale: il parmenidismo dei filosofi antichi e il neoparmenidismo di pensatori contemporanei come Emanuele Severino, i quali negano la stessa possibilità di un inizio filosofico inteso come “creazione dal nulla” in base dell’idea che, se l’Essere (Dio) è, allora esso è sempre e ovunque allo stesso modo (perfetto) e, di conseguenza, non può esserci alcun cambiamento reale, cioè alcun non-essere, altrimenti l’Essere/Dio non sarebbe tale. La mutevolezza è quindi un illusione. Tale dottrina è assolutamente legittima, anche se molto più “rigida” di quelle esaminate, soprattutto rispetto il tema della libertà umana. Per quanto riguarda il concetto di onnipotenza, si può aggiungere che per essere tale essa deve potersi “negare” o “limitare” per mezzo della “creazione dal nulla” (che nell’ottica neoparmenidiana è inconcepibile).