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05 Mar
Emiri e Luna Park sotto attacco. Che gran peccato

Qatar, Bahrein, Kuwait. Ci siamo abituati a chiamarli “Stati” ma è un eccesso di cortesia linguistica. Sono, a tutti gli effetti, delle gigantesche lounge aeroportuali per zoc**le e VIP, dotate per puro caso di un seggio all’ONU. Per decenni hanno vissuto nell’illusione, squisitamente cafona e borghese, che il denaro potesse comprare l’immunità dalla geografia. Hanno comprato squadre di calcio parigine, grattacieli londinesi e campionati del mondo, scambiando gli estratti conto a nove zeri per una politica estera. Si sono convinti che, avendo appaltato il proprio intrattenimento all’Occidente, nessuno avrebbe mai osato rompere i loro bicchieri di cristallo. Che oggi i missili iraniani piovano su questi incu**cammelli dorati non è una tragedia: è un sillogismo aristotelico. È la logica ineluttabile della fisica e della storia. Se costruisci un castello di carte di credito accanto a una polveriera ideologica non puoi indignarti se salta tutto in aria. È la natura delle cose. Il missile balistico se ne infischia del PIL pro capite. Quando un impero vero decide di flettere i muscoli colpisce esattamente dove il vetro è più fragile, perché sa che farà un rumore magnifico. È la fine umiliante, ma perfettamente coerente, del più grande luna park del secolo: la polvere che si posa sulle macerie dei centri commerciali e la scoperta definitiva che i soldi non bastano a toglierti di dosso la puzza di me**a.

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