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19 Oct
Il vuoto e l'illusione fondamentalista

La violenza fa impressione, spaventa, squarcia la quotidianità e lascia dietro di sé attimi di pura paura. Le immagini dei disordini nelle periferie e nelle piazze europee, che vedono protagonisti giovanissimi, dai cosiddetti maranza alle frange della sinistra extraparlamentare, occupano le prime pagine dei giornali e alimentare il dibattito politico dell'emergenza. Ma focalizzarsi solo sulla fiammata significa commettere un errore strutturale: quello che sta succedendo in Europa è il sintomo, non la causa.
È il punto di arrivo di una deriva che parte da lontano. Per decenni abbiamo assistito al lento smantellamento della coesione sociale. Abbiamo accettato un baratto nefasto: abbiamo ceduto la libertà di popolo in cambio di quella puramente individuale, riducendo la società a un mero aggregato di atomi isolati. Abbiamo sacrificato i diritti sociali, il lavoro, la casa, la sanità, il senso di protezione collettiva, sull'altare dei diritti individuali e consumistici. E, non ultimo, abbiamo abbracciato un ateismo materiale come unico modello di modernità, recidendo ogni legame con il sacro e con la dimensione trascendente dell'esistenza.
Il vuoto e l'illusione fondamentalista
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: in Europa non esistono più i popoli, ma solo individui.
In questo vuoto identitario ed esistenziale si innestano i percorsi dei giovani che vivono oggi nel nostro continente. Coloro che nascono qui, ma sono figli di tradizioni antiche, con usi e costumi ancora vivi nella memoria familiare, si ritrovano disorientati. Senza una comunità forte ad accoglierli e a proporre un modello di integrazione basato su valori condivisi, si perdono. E finiscono per essere incanalati in identità fondamentaliste: che si tratti del radicalismo politico di estrema sinistra o dell'estremismo islamico, il meccanismo psicologico e sociologico è il medesimo.
Attribuire a questi ragazzi o alle singole persone che protestano la colpa principale è una scorciatoia comoda. Loro sono solo l'effetto di una causa ben più profonda: una società senza comunità, senza senso di appartenenza, senza solidarietà organica e senza Dio.
Per comprendere la natura di questa crisi basterebbe rileggere un autore straordinario, oggi colpevolmente dimenticato o declassato a mera macchietta folcloristica: Giovanni Guareschi.
Nel suo epos sul "Mondo Piccolo", la Bassa padana di Don Camillo e Peppone, Guareschi non raccontava affatto un'idillio passatista, ma la struttura profonda della civiltà. Descriveva l'importanza fondamentale di appartenere a una comunità concreta, con le sue contraddizioni e persino i suoi scontri acerrimi, ma legata da un filo invisibile di appartenenza e di rispetto per l'umano e per il sacro. Quel "Mondo Piccolo", moltiplicato per mille altre realtà territoriali e culturali, era ciò che formava un popolo. Un popolo capace di litigare, ma anche di riconoscersi e di ritrovarsi nei momenti di difficoltà.
Oggi quel "Mondo Piccolo" è stato sradicato e sostituito da una solitudine di massa interconnessa solo dagli schermi degli smartphone.

Il contingente che viviamo oggi, le rivolte urbane strumentalizzate o cavalcate da gruppi politicizzati di estrema sinistra, è solo la conseguenza logica di questo svuotamento. Agiscono e protestano nel vuoto perché ieri noi abbiamo permesso che si "uccidesse" la nostra civiltà millenaria. Abbiamo derubricato la nostra storia, le nostre radici ei nostri simboli a retaggi ingombranti di cui vergognarsi.
Se vogliamo davvero comprendere e superare la violenza delle nostre piazze, non basterà una risposta esclusivamente securitaria o di polizia. Occorre ritrovare il coraggio di ricostruire un tessuto sociale, di parlare di comunità, di doveri collettivi e di sacro. Altrimenti continueremo a spaventarci per le fiamme, dimenticando che siamo stati noi a trasformare l'Europa in una polveriera di solitudini.

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