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10 Sep
IN ONORE DI VENCESLAS KRUTA

Come abbiamo più volte osservato, l’identitarismo contemporaneo nasce come reazione alla modernità liquida. Studiosi del calibro di Claudio Risè e Claudio Bonvecchio hanno colto con chiarezza questo carattere, collegandolo agli studi evoliani a cui hanno dato contributi di rilievo. Tale dialettica non sorge dal nulla: essa va collocata nell’ambito degli studi Tradizionali attenti alla morfologia delle civiltà. L’autore di riferimento rimane Julius Evola; importanti, nello stesso filone, risultano le ricerche di Aleksandr Dugin, che approfondiscono e ampliano le sintesi alternative al liberal-globalismo già avviate dal GRECE a partire dal 1968. In questa prospettiva l’identità non coincide con il passato come oggetto di mera ricostruzione erudita, ma con la dimensione di un’origine sempre possibile. Il retaggio storico non è quindi solo materia di analisi accademica, bensì l’orizzonte di una possibilità permanente.In questo quadro va ricordata la figura di Venceslas Kruta, recentemente scomparso. Nato a Saumur il 4 novembre 1939 da madre francese e padre ceco, formato tra l’Università Masaryk di Brno e l’Accademia delle Scienze di Praga, tornato in Francia nel 1971 e dottore in storia alla Sorbona nel 1974, Kruta ha diretto per decenni gli studi di protostoria europea alla IV Sezione dell’École pratique des hautes études. Direttore del Centre d’études celtiques del CNRS, responsabile della rivista Études celtiques e del comitato di redazione di Gallia, membro di istituzioni come l’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici di Firenze e l’Istituto archeologico germanico, egli è stato una delle massime autorità internazionali nel campo degli studi celtici.Il suo dominio privilegiato è stato l’archeologia e la protostoria dell’Europa, con particolare attenzione ai rapporti commerciali e culturali tra l’Europa centrale e il mondo mediterraneo nel I millennio a.C. Partendo da un solido interesse per la protostoria dei popoli, Kruta ha illuminato le relazioni tra le culture dell’Europa centrale e quelle mediterranee, contribuendo in modo decisivo alla rivalutazione dei Celti cisalpini. Contro la narrazione semplificata che vedeva le popolazioni celtiche della Gallia Cisalpina come semplici invasori del IV secolo a.C., egli ha sostenuto, sulla base di dati archeologici, la continuità di gruppi celtici autoctoni – in particolare gli Insubri – discendenti diretti della cultura di Golasecca. I materiali La Tène più antichi in territorio insubre si collocano dopo l’inizio del III secolo a.C. e restano immersi in un contesto ancora fortemente golasecchiano: segno di trasformazione lenta, non di sostituzione brusca.La sua collaborazione con Terra Insubre e il ruolo di riferimento nell’ambito etnoregionalista lombardo e padano-alpino hanno reso accessibile a un pubblico più ampio questa rivalutazione delle radici celtiche dell’area insubre. Mostre come Celti dal cuore dell’Europa all’Insubria (Varese, 2004-2005) e pubblicazioni dedicate ai guerrieri del territorio di Varese hanno consolidato questa linea. Tutto ciò si inserisce nel solco di un approfondimento dell’Italia etnica già avviato da Giacomo Devoto, ma con una consapevolezza archeologica e storica rinnovata.È necessario tuttavia precisare, sulla scorta di maestri come Alain de Benoist, Giorgio Locchi e Julius Evola, che le radici non sono il passato da restaurare in senso letterale, ma una visione del mondo. Sulla base dei contributi di Giovanni Damiano e di altri, esse rappresentano un’alternativa concreta all’omologazione nichilista. Non si tratta di ricostruire una civiltà appartenente alla storia, bensì, seguendo le indicazioni di Alain de Benoist e di Giovanni Sessa, di riscoprire il Logos physikos, la visione sacrale e cosmologica. Il confronto con gli studi storici e storico-religiosi resta fondamentale. Il nichilismo è il prodotto di una visione falsa che si è sovrapposta a quella autentica e originaria.Le opere di Kruta – dal monumentale Les Celtes. Histoire et dictionnaire (2000, tradotto in italiano nel 2003) a L’art des Celtes, a La cruche celte de Brno, fino agli studi sull’iconografia e sull’immaginario – invitano a ampliare gli orizzonti. Esse mostrano che identificare stupidamente l’Occidente con il pensiero unico significa rinunciare a una visione non lineare della storia. Vi sono cicli cosmici, ma né René Guénon né Julius Evola invitano alla rassegnazione. Le ricerche di Venceslas Kruta vanno dunque studiate non solo in ottica accademica, ma anche metapolitica: come contributo a una comprensione dell’Europa che non si esaurisce nella modernità liquida, ma riapre lo sguardo sull’origine sempre possibile.

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