
La riforma della sanità di territorio è un argomento di cui si discute da anni. Il nostro sistema sanitario è potenzialmente uno dei migliori del mondo, ma vi è la necessità di far funzionare al meglio la sanità del territorio. Il medico di base è il primo e più importante presidio perché: a) è (o dovrebbe essere) presente capillarmente; b) conosce la storia del paziente. Il problema è che per i cittadini l'accesso ai medici di base a volte è difficile, sia perché non se ne trovano (il numero si è drasticamente ridotto negli anni), sia perché gli orari di ricevimento risultano complicati. Ecco allora lo strumento delle Case di Comunità (previste dalla riforma e già sperimentate da anni in diverse Regioni) dove più medici possono esercitare contemporaneamente garantendo orari di visita più lunghi e più accessibili per i cittadini, oltre che servizi integrati. Le Case di Comunità sono destinate a diventare una sorta di ambulatorio-piccolo presidio presente in maniera capillare su tutto il territorio. La riforma in discussione in Parlamento va in questa direzione ma si è arenata. Il punto è l'inquadramento dei medici di famiglia. La preoccupazione è che diventino dei dipendenti pubblici, dei burocrati passacarte, mentre oggi la loro peculiarità è rappresentata dal rapporto fiduciario con i pazienti e le loro famiglie. E'giusto fugare questo dubbio: non devono essere dipendenti, ma rimanere liberi professionisti che si convenzionano con il sistema sanitario e che vengono scelti fiduciariamente dai pazienti; però devono lavorare in un sistema che garantisce prestazioni (integrate anche da visite specialistiche) durante tutto l'arco della giornata. Risolviamo il problema e approviamo la riforma perché è necessaria ed attesa da molti anni. Buona domenica e buona settimana.