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15 Jul
La fiaba della marea che "solleva tutte le barche"

Per decenni ci hanno propinato la fiaba della "marea che solleva tutte le barche". Ci hanno detto che, lasciando libero il mercato di banchettare senza freni, la ricchezza sarebbe magicamente colata dall'alto verso il basso. È la vecchia, stantia bugia del neoliberismo, un dogma religioso spacciato per scienza economica. Ma oggi, anche tra le file degli economisti di sistema, gente che non può essere accusata di fare barricate, la verità sta venendo a galla con la violenza di un naufragio: il capitalismo non è il rimedio alla povertà, è la fabbrica che la produce. Il PIL cresce? Ottimo per i dividendi degli azionisti. Il problema è che, mentre le borse brindano, i salari stagnano, il lavoro si sbriciola in mille forme di precariato tossico e i servizi pubblici vengono macellati sull'altare dell'efficienza. Siamo nel mondo più ricco della storia, eppure abbiamo miliardi di persone che arrancano per un pasto o un tetto. Non è un errore di sistema, è il sistema. La "crescita" è il paravento dietro cui si cela un trasferimento netto di ricchezza verso l'alto. Uno sfruttamento continuo e ripetuto da parte dei ricchi verso i poveri. Le barche che si sono alzate non sono quelle di chi stava affogando, ma solo quelle dei soliti noti, già ben ormeggiate nei porti franchi dell'elusione fiscale.

Guardate al sud del mondo dove è presente il solito, vecchio, sporco colonialismo. Miliardi di persone sono tenute in scacco da un sistema di debito che è, a tutti gli effetti, una moderna forma di schiavitù. Si esportano risorse, si importano miseria e precarietà, mentre le catene del valore globali drenano ogni stilla di lavoro per alimentare il consumo insostenibile del Nord. È un'economia estrattiva che non crea prosperità, ma distrugge i territori e le vite di chi li abita.
Parlare di "crescita" su un pianeta finito non è solo un'ingenuità, è un crimine contro il futuro. È la logica del parassita che finisce per uccidere l'ospite.

Il punto di rottura è arrivato,  non basta più "tassare e redistribuire" , il giochino preferito dai tecnocrati per sentirsi buoni senza cambiare una virgola. Qui serve una ristrutturazione radicale delle regole del gioco.
Basta col padrone che decide tutto. Il potere deve tornare a chi il valore lo crea davvero grazie al suo sudore, al suo tempo. I servizi non sono una merce è necessaria la gestione pubblica e universale di salute, istruzione e casa.
Va spezzata  la catene del debito che soffoca i Paesi più poveri. La vera solidarietà non è l'elemosina, è la riparazione al colonialismo di paesi come Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti etc.
La povertà non è una fatalità climatica o una sventura naturale. È una scelta politica. È stata fabbricata pezzo dopo pezzo nei consigli di amministrazione e nelle sedi delle istituzioni finanziarie internazionali. E se è stata fabbricata, può, e deve, essere smontata. Non c'è più spazio per le mezze misure o per le riforme di facciata: o si rovescia il dogma della crescita a ogni costo, o saremo noi a finire stritolati dagli ingranaggi di una macchina che non sa fare altro che produrre disuguaglianza

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