
Dopo il crollo dell’URSS nel 1991, l’idea della “Grande Europa” – uno spazio economico e politico unitario esteso da Lisbona a Vladivostok – riemerse come possibile orizzonte strategico per superare la divisione della Guerra fredda. Negli anni Novanta si sviluppò un dialogo tra Unione Europea e Russia fondato su accordi di partenariato e cooperazione, con l’obiettivo di integrare progressivamente la Russia nell’economia di mercato europea e costruire un’area di sicurezza condivisa. Nei primi anni Duemila, anche Vladimir Putin evocò più volte la prospettiva di uno spazio economico comune, mentre l’UE promuoveva la Politica europea di vicinato e il Partenariato orientale. In non pochi casi la necessità di attuare questo progetto fu sostenuta addirittura nel periodo sovietico, al netto della profonda differenza e diffidenza nei confronti del marxismo leninista. In Francia, a partire dagli anni ’70 Alain de Benoist e la Nouvelle Droite teorizzarono un’Europa indipendente dagli Stati Uniti, talvolta immaginando una convergenza geopolitica con l’URSS contro l’egemonia statunitense, pur mantenendo una forte distanza intellettuale dal comunismo. In Italia, pensatori Claudio Mutti svilupparono posizioni terzaforziste, vedendo nell’Unione Sovietica – e poi nella Russia – un possibile contrappeso all’Occidente liberal-capitalista. Anche Jean Thiriart, teorico belga del “nazional-comunitarismo” e dell’idea di un “Impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino”, negli anni Sessanta e Settanta sostenne la necessità di un’alleanza strategica con Mosca per costruire una grande potenza continentale europea indipendente dagli USA. In ambito russo, sebbene si reputi il contrario, Aleksandr Dugin propose il concetto di “Grande Eurasia”, assolutamente differente da quello di Grande Europa, che, però, a seconda dell’occasione presentò strumentalmente come simili, interscambiabili. Il fatto che storicamente tale idea sia stata condivisa da autori di destra (e rossobruni) non deve sorprendere: l’insofferenza per l’americanizzazione e il richiamo alla tradizione europea (e non solo alla storia novecentesca) costituiscono certamente il comune denominatore alla miriade di formazioni, movimenti e correnti che si sono susseguite. In riferimento al secondo punto, è interessante notare che nell’Ottocento per diversi decenni la Grande Europa esistette, anche se non nella forma di un organismo o un’organizzazione super parte (approccio che rispecchia i mutamenti del secolo successivo): ci si riferisce alla Santa Alleanza. Inoltre, prima della tragedia del 1917 nell’impero russo l’elemento europeo occidentale era cospicuo sia a livello cittadino (medici, avvocati, artisti, artigiani di livello, direttori di musei e altre istituzioni culturali) sia a livello rurale (soprattutto tedeschi o russi di origine tedeschi e greci). Lo stesso vale per i russi in Europa: è sufficiente sfogliare un qualsiasi romanzo di quel periodo per convincersene, non solo nobili, ma anche professionisti di diversa formazione. Il modo di pensare degli europei occidentali è diventato sempre più astratto, idealistico, moralistico. Ciò non caratterizza solo i giudizi di valore, ma anche quelli di fatto. Fatichiamo a vedere ciò che è, preferendo ciò che riteniamo di volere. La nostra anzianità cronica ci convince dell’irrealtà degli scenari e delle sfide future, la nostra opulenza ci appare come destinale, eterna. Proprio per questo, con l’osservatorio La Grande Europa ( https://www.instagram.com/la_grande_europa/ ) chi scrive propone di indagare principalmente la Russia e le sue relazioni con il Vecchio continente non si limitandosi però alla politica e alla geopolitica: La Grande Europa si occupa anche di filosofia, letteratura, società, cinema, cultura di massa, quotidianità individuale e collettiva. Uno sguardo più ampio però non deve cadere nella tentazione dell’autoreferenzialità; infatti, l’oggettività “assoluta” è una chimera, un ideale asettico e per molti aspetti contraddittorio. I giudizi di valore non solo sono inevitabili, ma, considerato il loro rimando a un livello superiore d’analisi, arricchiscono e completano quelli di fatto. Non idealismi, moralismi e desideri, ma idee, valori e volontà. La Grande Europa è una realtà di fatto, e non solo geografica. I tragici eventi attuali inducono a ritenere che tale progetto sia impraticabile, sconveniente e, addirittura, pericoloso. In realtà, la guerra ucraina corrisponde certamente alla crisi geopolitica più urgente e drammatica, ma la sua risoluzione non sfiora minimamente le comuni sfide interne, legate alle conseguenze dell’inverno demografico del Nord globale e della crisi degli ordini etnico-culturali “tradizionali” delle rispettive popolazioni autoctone. Nel nuovo mondo quasi-multipolare, le risposte a questo tipo di dinamiche non possono essere “isolate” o locali. Al fine di evitare gli astrattismi fideistici e semplicistici in cui molti incappano quando trattano simili argomenti, è doveroso sottolineare che: Il progetto qui brevemente descritto è proposto come modello descrittivo teorico e pratico per mezzo del quale formulare soluzioni per le sfide del presente e del futuro, non essendo solo la mera esternazione di desiderata culturali-politici; Esso è pensato sul lungo termine: data la riconfigurazione della NATO in risposta alle modalità con cui la Russia nel 2022 ha deciso di (non) risolvere la questione ucraina, ritenere populisticamente e infantilisticamente che la creazione di uno spazio unitario fino a Vladivostok sia facilmente e velocemente realizzabile è superficiale e grossolano; Senza un ridimensionamento degli USA nessun “polo nordico” è pensabile; Tale ridimensionamento è possibile solo dopo l’unificazione o, almeno, il ricompattamento dello spazio continentale europeo: a tal fine, però, è necessario dare garanzie altrettanto continentali ai paesi dell’Europa orientale (soprattutto alla Polonia) che, per evidenti ragioni, potrebbero esserne intimoriti; La base per la creazione di garanzie continentali per i paesi europei orientali oggi già esiste e corrisponde all’armamento tedesco: la Germania, tra le altre cose, si è già incaricata di difendere, nel caso di una (presunta) futura invasione russa, i Baltici e di supportare la Polonia; Il ripensamento riduttivo dell’elemento siberiano (intendendo tale aggettivo nel senso più lato possibile), la critica della sua assolutizzazione e ideologizzazione. Spesso, nella fattispecie si parla di unità, grande Europa, grande Eurasia (concetto, repetita iuvant, praticamente antitetico) a partire, appunto, dall’elemento siberiano/eurasiatico a cui quell’europeo in generale, per mezzo della mediazione dei paesi europei orientali, è legato. L’elemento “ancestrale” altaico-siberiano, ovviamente, entra in contatto con quello propriamente europeo, contribuendo alla varietà della sua propagazione fino a Vladivostok. D’altro canto, intendere e fondare l’unità del Nord Globale (paesi anglosassoni, Europa, Russia) nel mondo che sarà sul “siberianesimo” è errato, impraticabile ed erroneo. Non è un caso che i “siberiomani” siano molto spesso eurasiatisti più o meno slavofili, ma, come già si è detto in questa sede, ugualmente internazionalisti e ostili all’europeità; Nonostante le idee del mondo multipolare e dell’opposizione tra Nord e Sud globali siano alternative (ogni blocco globale è composto da più poli che, dal punto di vista del concetto di multipolarità, sono indipendenti), queste teorie vengono spesso recepite come affini senza particolari riserve: nel secondo caso si ha un bipolarismo che, per quanto variegato (soprattutto rispetto a quello del secolo precedente), esprime una visione differente espressa dalla comunanza di sfide interne ed esterne del Nord nella propria proiezione condivisa verso il Sud; Per convincere l’Europa orientale della preferibilità di garanzie di sicurezza e difesa continentali, i paesi europei occidentali devono ripensare radicalmente il senso del proprio operato: detto altrimenti, è l’Unione europea a dover essere ripensata. Il cambiamento di rotta nelle relazioni con gli USA di Trump potrebbe configurarsi come un presupposto necessario ma insufficiente. Infatti, perché nei decenni a seguire quanto sopra esposto divenga attuabile, l’unità europea dovrà assumere un’altra forma. In assenza di un pensiero e una strategia europei l’attuale situazione non cambierà: i principali paesi del Vecchio Continente continuano a pensarsi, soprattutto nelle loro relazioni con gli USA, in base agli schemi che rispecchiano gli equilibri precedenti, muovendosi come soggetti autonomi in assenza di reale autonomia, indipendenza, ossia capacità di gestire concretamente il proprio destino. L’Europa occidentale non è l’unica a dover cambiare. Dal canto suo, è imprescindibile che a livello culturale cioè, per usare un termine junghiano, di “inconscio collettivo”, i russi (come russkie, cioè russi etnici) e gli esponenti degli altri popoli tradizionalmente cristiani recuperino il “senso della trascendenza” non tanto o, meglio, non solo da un punto di vista confessionale-dottrinale, ma, soprattutto, come modo di pensare sé e la realtà (l’attuale diversità d’approccio nei confronti della questione della tecnica rispetto gli europei occidentali è una conferma). A livello giuridico-politico, invece, la Federazione russa deve ripensare il proprio federalismo il quale, ad oggi, rispecchia la suddivisione dell’ex impero in “repubbliche nazionali” a cui, subito dopo il crollo dell’URSS, si è aggiunta un’ulteriore frammentazione di ciò che nel periodo sovietico era definito propriamente “Russia” (vale a dire la RSFSR): esso quindi “unisce” o “riunisce” ciò che in realtà è stato pensato come escludente (appunto, l’architettura delle repubbliche nazionali che ha contribuito alla velocizzazione del suicidio dell’URSS) e, sulla base dello stesso principio disgregatore, suddiviso per essere subito ricompattato (di solito, nel caso del federalismo, avviene il contrario). Perché tra Nord e Sud globali vi siano buone relazione, il primo deve intrattenere rapporti privilegiati con la Cina, che appartiene al secondo. In questo modo sarà garantita una base solida per relazioni s