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19 Apr
LA RUSSIA EUROPEA. SERGEJ VOLKOV

Nel panorama intellettuale russo contemporaneo esistono questioni e prese di posizioni che permettono di parlare di “russi europei”: oggi ci soffermeremo su uno in particolare, lo storico Sergej Vladimirovič Volkov (1955). In generale, costoro sono insofferenti per tutto ciò che direttamente o indirettamente richiama e ripropone l’eredità sovietica. La loro opera è assai preziosa, poiché impegnata nella ricostruzione di una tradizione politica, amministrativa, storica in senso lato, ortografica, linguistica, artistica etc. completamente distrutta e sostituita prima, con quella bolscevica e, dopo il 1991, con la rispettiva versione postideologica ed economicamente desocializzata della neonata Federazione russa. Questi autori devono affrontare un altro problema, correlato a quanto appena detto: la mancanza di fonti e documenti. I bolscevichi si impegnarono nella distruzione di tutto ciò che avrebbe potuto contribuire alla rinascita della realtà prerivoluzionaria; in altri casi, ciò avvenne accidentalmente; infine, quando invece vennero applicate misure bibliografiche e catalogazionali volte alla conservazione di ciò che era stato ereditato, data la natura delle modalità applicate si giunse per molti aspetti allo stesso risultato. L’attenzione bolscevica per la “fonte” e il “documento” era di fatto rivolta alla giustificazione e alla spiegazione della rivoluzione bolscevica e, nei decenni a seguire, delle nuove politiche adottate dal periodo sovietico. Il passato si trasforma quindi in mera testimonianza delle manchevolezze colmate dall’avvento del bolscevismo, riducendosi a somma algebrica di fonti fossilisticamente intese. Sergej Vladimirovič Volkov è uno storico e pubblicista russo, dottore in scienze storiche e professore. È noto per i suoi studi sulle élite sociali e sul ceto militare (soprattutto sul corpo degli ufficiali) dell’Impero russo, nonché per le ricerche sul movimento Bianco e l’emigrazione russa dopo il 1917. Volkov si è laureato presso l’Istituto di Asia e Africa dell’Università Statale di Mosca (1980), conseguendo il dottorato presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. Ha lavorato come ricercatore in varie istituzioni, tra cui l’Università Statale di Mosca, l’Istituto di Storia Russa dell’Università Statale di Scienze Umane, la Biblioteca Statale Russa e l’Università ortodossa San Tichon. Dal 2020 è rettore dell’Università Dmitrij Požarskij. Meritano di essere menzionati i seguenti studi: Lo strato intellettuale nella società sovietica. Studio dello strato intellettuale sotto il regime sovietico (1999), L’establishment sovietico. Studio degli strati superiori della società sovietica (1999), Gruppi sociali elitari e servizio statale in Russia, Breve storia dell’impero russo (2018). In generale, la sua opera più nota è Perché la RF [Federazione russa] non è la Russia (Počemu RF — ne Rossija, 1999). In essa l’autore espone la sua visione delle cose in termini non solo specialistici, ma anche più discorsivi, ripercorrendo brevemente le tappe principali della rivoluzione, del primo decennio-quindicennio di vita dell’URSS, della perestrojka e della neonata Federazione russa. Particolare attenzione è rivolta alla struttura amministrativa delle entità statuali considerate e alle sue contraddizioni: allo stesso modo sono analizzate tutte le modalità in cui a livello non solo politico-amministrativo, ma anche sociale, culturale, ideologico-propagandistico l’eredità sovietica (per sua natura antirussa e internazionalista) si ripropone in forme nuove più o meno mascherate. Seguono due passi tratti dal lavoro appena citato che, sebbene dedicati a tematiche differenti, non perdono la propria attualità e il proprio interesse anche per il “lettore occidentale”. «Il conflitto tra la NATO e i paesi del Patto di Varsavia, sorto in virtù circostanze storiche specifiche dovute all’ascesa al potere dei comunisti (forze che hanno un legame assai dubbio con il cristianesimo ortodosso e il pensiero slavofilo) prima in Russia e poi, dopo la Seconda guerra mondiale, nei paesi dell’Europa orientale ad essa confinanti, nell’interpretazione nazional-bolscevica veniva presentato come uno scontro tra il mondo slavo e il mondo romano-germanico, tra l’ortodossia e il cattolicesimo-protestantesimo, oppure tra l’“eurasiatismo” e l’“atlantismo”. In realtà, l’essenza del nazional-bolscevismo (di cui l’eurasiatismo è un caso particolare) consiste nel nobilitare il bolscevismo attraverso la ricerca delle sue “radici storiche” nella tradizione nazionale [russa]. Naturalmente, ciò non poteva non riflettersi anche sulla politica estera. L’idea dell’“opposizione anti-occidentale” aveva altresì radici che esulavano dalla tradizione sovietica: si pensi alle plurisecolari controversie teologiche tra l’ortodossia e il “latinismo” e alle teorie slavofile, specialmente alle versioni più tarde formulate nella loro forma più coerente da N. Ja. Danilevskij». «Tra l’altro, nelle truppe bizantine già da tempo combattevano cavalieri occidentali, e fu proprio la richiesta di aiuto dell’imperatore Alessio I al papa e ai sovrani europei nel 1090-1091 a dare il via alle Crociate. Gli eventi del 1204, invece, non avevano alcun legame con il conflitto tra cattolicesimo e ortodossia. I partecipanti alla quarta crociata intervennero nella lotta intestina a Bisanzio a favore di Isacco II (deposto e accecato dal fratello Alessio III) su richiesta del figlio di Isacco, Alessio, accettando di restaurarlo sul trono in cambio di 200 mila marchi, cosa che fu effettivamente fatta. Tuttavia, Isacco e Alessio, cercando di raccogliere la somma promessa, furono nuovamente deposti, e la cavalleria, non ricevendo il denaro pattuito, saccheggiò Costantinopoli e si spartì le terre bizantine».

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