
Le parole di Ignazio La Russa sul futuro candidato del centrodestra a Milano aprono una questione che va ben oltre il nome da scegliere. La vera domanda non è chi candidare. La vera domanda è: dove sono finite le persone da candidare? Da anni la politica italiana, e quella lombarda in particolare, sembra incapace di produrre una nuova classe dirigente. I partiti cercano nomi, fanno sondaggi, sondano disponibilità, guardano alla cosiddetta società civile. Ma spesso lo fanno per una ragione molto semplice: non hanno più formato politici.
La selezione interna è sempre più al ribasso. I migliori spesso scelgono altre strade. Chi ha competenze, spirito di iniziativa e capacità professionali preferisce investire il proprio tempo nelle imprese, nelle professioni, nella ricerca o nel volontariato. La politica, invece, finisce per attrarre troppo spesso persone interessate più alla carriera interna che alla costruzione di una visione per il futuro.
Naturalmente esistono molte eccezioni, ma il problema generale resta. In troppi casi il criterio di selezione non è la capacità ma la fedeltà. Non la competenza ma l’obbedienza. Non il coraggio delle idee ma la disponibilità a non creare problemi. Così si costruiscono gruppi dirigenti composti da ottimi esecutori ma raramente da leader.Eppure amministrare una grande città come Milano richiede ben altro. Non basta essere un professionista stimato. Non basta avere successo nel proprio settore. Non basta nemmeno essere un buon amministratore. Un sindaco, e prima ancora un politico, deve possedere visione, cultura politica, capacità di mediazione, conoscenza della storia istituzionale e sensibilità verso i cambiamenti sociali. Deve saper immaginare una città tra dieci o vent’anni, non soltanto gestire le pratiche della settimana successiva.Il centrodestra milanese paga probabilmente anche questo limite. Dalla mancata rielezione di Letizia Moratti in avanti la coalizione ha progressivamente perso terreno. I candidati proposti spesso sono stati presentati come espressioni della società civile, quasi che questo fosse di per sé un valore sufficiente.Ma la società civile non è una categoria magica. Un bravo manager è un bravo manager. Un bravo medico è un bravo medico. Un bravo imprenditore è un bravo imprenditore. Nessuna di queste qualità garantisce automaticamente la capacità di guidare una metropoli complessa o di rappresentare una comunità politica. La politica è una professione nel senso più alto del termine. Richiede formazione, esperienza e una precisa identità culturale. Per questo i partiti del passato investivano nelle scuole di formazione politica. Si studiavano le istituzioni, la storia, l’economia, il pensiero politico, i valori che distinguevano una forza dall’altra.Oggi quasi nulla di tutto questo esiste più.Molti dirigenti territoriali sembrano limitarsi a commentare problemi di viabilità, eventi locali, iniziative amministrative o cronaca quotidiana. Tutte questioni che possono essere commentate al bar ma che non costituiscono una visione politica. Si parla sempre meno di modelli di società, di sviluppo economico, di identità culturale, di futuro delle comunità.
La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: la politica rischia di trasformarsi in una gigantesca assemblea di amministratori condominiali. Persone magari volenterose, talvolta anche preparate, ma concentrate esclusivamente sulla gestione dell’esistente. Senza una prospettiva, senza una narrazione, senza una direzione.E allora il problema del candidato sindaco di Milano diventa il simbolo di una crisi più profonda. Non è difficile trovare un nome. È difficile trovare una classe dirigente. Finché i partiti non torneranno a formare uomini e donne capaci di coniugare competenza e visione, appartenenza e apertura, amministrazione e progetto, la ricerca del candidato continuerà a essere una corsa affannosa all’ultimo momento.E Milano, come molte altre città italiane, continuerà a scegliere tra figure costruite per una campagna elettorale anziché tra leader preparati per governare una stagione storica.