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31 Jul
Monoteismo primordiale: la teoria di Wilhelm Schmidt che ribalta la storia della religione

Prima delle piramidi, prima dei pantheon: l'antropologo Wilhelm Schmidt scoprì nei popoli più antichi la fede in un unico Essere Supremo. E il politeismo divenne una degenerazione, non un progresso.

Riassunto dell'articolo                          

L'articolo presenta la teoria del monoteismo primordiale (Urmonotheismus) elaborata dall'antropologo e sacerdote Wilhelm Schmidt nell'opera Der Ursprung der Gottesidee. Analizzando i dati etnografici dei popoli di cacciatori-raccoglitori più antichi, Schmidt individuò la credenza originaria in un unico Essere Supremo — un "Padre Celeste" onnisciente, creatore e immortale — precedente all'animismo e al politeismo. La tesi ribalta lo schema evoluzionista di Tylor e Frazer: il politeismo non sarebbe un progresso ma una degenerazione, nata dal bisogno umano di divinità più vicine e gestibili. Il concetto di Deus Otiosus di Mircea Eliade descrive questo Dio ritirato ma garante dell'ordine morale. La tensione verso l'Uno emerge come costante spirituale dell'esperienza umana.

Una teoria rivoluzionaria, spesso dimenticata, sfida l’idea comune secondo cui l’evoluzione religiosa sarebbe andata dal caos degli “dei” all’ordine dell’Unico. E se fosse vero il contrario? Se, all’alba dei tempi, l’umanità avesse già intuito un Essere Supremo?
Immaginate di viaggiare indietro nel tempo, non di secoli, ma di millenni. Di immergervi nella vita di tribù di cacciatori-raccoglitori, molto prima che le piramidi fossero erette o che i grandi templi greci venissero scolpiti. La nostra idea preconcetta è che queste popolazioni, lontane dalla nostra civiltà, fossero immerse in un mondo di superstizioni, animismo e di centinaia di divinità capricciose legate a ogni albero, a ogni sasso, a ogni tempesta.

La scoperta di padre Wilhelm Schmidt

Eppure, all’inizio del XX secolo, un’indagine certosina condotta da un coraggioso antropologo, il padre Wilhelm Schmidt, ha fatto emergere un’incredibile anomalia. Analizzando i dati etnografici più antichi e “incontaminati” del pianeta, dalle foreste africane alle tundre artiche, Schmidt ha raccolto una testimonianza sorprendente: al centro della fede di questi popoli non c’è il caos, ma un ordine.

C’era la credenza, diffusa e profonda, in un Essere Supremo.

Questo non era un dio come Zeus o Odino. Era, per citare il sottotitolo del monumentale lavoro di Schmidt, un “Padre Celeste”. Descritto come onnisciente, onnipotente, creatore di tutto ciò che esiste, benevolo e, fattore cruciale, immortale. Non ha un mito che ne spieghi la nascita, non ha debolezze umane. Egli è, dall’origine dell’uomo.

Era, secondo le parole dello storico delle religioni Mircea Eliade, una sorta di Deus Otiosus: un Dio che si è ritirato in alto dopo la creazione, ma che rimane l’ultimo garante dell’ordine morale.

Urmonotheismus: la tesi che ribaltò l’antropologia

Questa scoperta ha fatto tremare le fondamenta dell’antropologia classica. Per decenni, la visione dominante (quella di studiosi come E. Tylor o J. Frazer) era stata quella di un’evoluzione lineare: la religione come un lento progresso, partendo dall’animismo (tutto ha uno spirito), passando per il politeismo (molti dei con poteri specifici), per culminare, finalmente, nel monoteismo illuminato.

La tesi di Schmidt, chiamata Urmonotheismus (Monoteismo Primordiale), ribaltava tutto.

Se l’ipotesi di Schmidt è corretta, allora il politeismo non è stato un passo avanti, ma un passo indietro. Non un’evoluzione, ma una “degenerazione”.

Dal Dio unico al pantheon: la degenerazione

Ma come è potuto accadere? Come si passa dalla chiara visione di un unico Essere Supremo alla frammentazione di mille divinità minori?

La risposta risiede nella natura stessa dell’esperienza religiosa umana. Un Dio supremo, astratto, celeste e creatore di tutto, benché percepito come buono, è lontano. È difficile da afferrare emotivamente, difficile da pregare quotidianamente per una pioggia sicura o per la guarigione di un figlio.

Con il passare del tempo, e con la complessità crescente delle società umane (dallo stadio di cacciatori-raccoglitori a quello agricolo e sedentario), l’umanità avrebbe cercato figure più vicine, più tangibili, più umane (il ruolo dei Santi, per esempio).

Così, l’attenzione si sarebbe spostata dai fenomeni celesti agli spiriti della terra, delle acque, degli animali, fino ad arrivare a divinità con storie, amori, guerre e fallimenti. Il grande “Essere Supremo” non è stato negato, ma è stato messo da parte, eclissato da un pantheon di dei più “specializzati” e più “gestibili” dai bisogni pratici della vita di tutti i giorni.

Perché riscoprire il monoteismo primordiale

Riscoprire il monoteismo primordiale non è solo un esercizio di archeologia intellettuale. È una lente potente per guardare alla nostra storia e alla nostra natura.

Ci ricorda che la tensione verso l’Uno è una costante dell’esperienza umana, una sorta di “imprinting” spirituale che riemerge con forza nei grandi profeti e nei mistici di ogni cultura, anche quando viene sovrastata dal rumore del politeismo. Ci pone di fronte a un paradosso affascinante: che la nostra civiltà, con tutta la sua scienza e la sua razionalità, possa avere recuperato, a un livello più consapevole e complesso, una verità che i nostri antenati più lontani, nel silenzio della preistoria, avevano già istintivamente colto.

Che all’origine di tutto, prima della complessità, della frammentazione e del caos, ci sia stata, semplicemente, l’intuizione dell’Uno.

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