
Per settimane, il dibattito pubblico e mediatico si è concentrato quasi ossessivamente su Roberto Vannacci e il cdx. La sua figura, le sue uscite e il suo peso elettorale sono diventati il prisma attraverso cui osservare la crisi della Lega. Ma continuare a cercare nel generale la causa del malessere del Carroccio significa commettere un errore di prospettiva: Vannacci non è la malattia, è solo il sintomo. La vera patologia, profonda e strutturale, è la paralisi di una leadership che da anni, e tutto è iniziato con la rottura con il laboratorio culturale del Talebano nel 2019, ha smesso di dettare l’agenda e che ora è costretta a inseguire gli eventi, in un disperato tentativo di conservare il controllo su un partito che, giorno dopo giorno, sembra già guardare oltre il suo segretario. La cronaca politica recente descrive una scena che, fino a pochi anni fa, sarebbe apparsa surreale. Esiste oggi, all’interno della Lega, un fronte composto da figure di peso come Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Giancarlo Giorgetti e Claudio Durigon. Non si tratta di una corrente di opposizione tradizionale, ma di un asse che prova a discutere del futuro del movimento in autonomia. La reazione di Matteo Salvini a questo fermento rivela tutta la fragilità del momento. Quando un segretario è costretto a inventare continuamente nuovi organismi di coordinamento, a promettere tavoli territoriali e a rimangiarsi accordi interni, come quello ricostruito dal Foglio a giugno, non sta esercitando il comando: sta cercando di prendere tempo. La cancellazione della riforma statutaria, che avrebbe dato a Zaia un ruolo di peso, è la prova regina del timore di Salvini: il segretario non teme più solo i sondaggi negativi o il drenaggio di voti verso Vannacci. Teme, più concretamente, la costruzione di una classe dirigente capace di sopravvivergli. Il dato politico più significativo non è il calo elettorale, certificato dai sondaggi YouTrend che vedono la Lega superata da “Futuro Nazionale” e con prospettive concrete di andare sotto il 4%, ma la natura della reazione del segretario. La leadership di Salvini è diventata puramente difensiva. Davanti alla crescita di un dissenso che attraversa anche la componente lombarda e il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, la segreteria ha risposto attaccando, liquidando le istanze identitarie del Nord come posizioni “nostalgiche”.È la reazione tipica di chi ha perso l’autorevolezza: quando la guida è solida, il dissenso si assorbe e si media; quando è sotto pressione, il dissenso viene percepito come un nemico interno da isolare. Ma questo atteggiamento rischia di accelerare la dissoluzione. Più Salvini si trincera, più spinge gli amministratori del Nord a cercare soluzioni autonome.La questione, però, smetterà presto di essere una disputa tra correnti per trasformarsi in una faccenda di pura sopravvivenza politica. Tra ottobre e novembre, il clima si farà incandescente. I parlamentari leghisti, schiacciati tra la tenaglia elettorale di Vannacci e il calo del consenso del partito, inizieranno a farsi una domanda pragmatica: la linea attuale garantisce la rielezione? Se la risposta sarà negativa, l’istinto di autoconservazione prevarrà sulla lealtà al segretario. Non è detto che nascerà una “fronda” per abbattere Salvini il giorno dopo, ma è molto probabile che emerga una struttura di potere (un cartello di governatori e amministratori) decisa a impedirgli di arrivare alle prossime elezioni con il controllo assoluto del partito.Il paradosso finale della parabola salviniana è tutto qui: più il segretario si sforza di blindare la Lega per restare l’unico timoniere, più diventa l’architetto del proprio isolamento. Salvini continua a comportarsi come se il problema fosse convincere gli elettori a seguirlo, ma la vera sfida si gioca altrove: nel convincere il suo stesso partito che esiste ancora un futuro sotto la sua guida. Ma oggi, una parte sempre più significativa della Lega, ha smesso di porsi questa domanda. Ha smesso di chiedersi “come seguirlo” e ha iniziato a chiedersi “chi seguire dopo di lui”. E per un leader, questo è l’inizio della fine.