
La rivolta dei liceali francesi pone una domanda che va ben oltre le ragioni immediate della protesta: perché una generazione di giovani arriva a trasformare il disagio in contestazione dell’intero ordine sociale? La domanda è ancora più significativa osservando come il movimento sia nato.Le prime mobilitazioni non sembrano essere il prodotto di un’unica regia politica. Il movimento è partito dal liceo Saint-Exupéry di Créteil e si è rapidamente diffuso, alimentato da problemi molto concreti: mancanza di insegnanti, classi sovraffollate, strutture scolastiche degradate, orari pesanti, preoccupazioni per il futuro e per l’accesso all’università. In pochi giorni la protesta ha raggiunto oltre mille istituti.Questa origine è importante. Perché significa che la rabbia esiste prima della sua interpretazione politica. Prima di Mélenchon c’è il disagio dei ragazzi. Prima degli slogan politici c’è la frustrazione. Prima della contrapposizione ideologica c’è una generazione che manifesta una difficoltà reale a riconoscersi nel proprio presente e, soprattutto, a immaginare il proprio futuro. Poi, però, accade qualcosa. La protesta si allarga, la massa cresce, la tensione aumenta e una parte delle manifestazioni degenera in violenza urbana. Il governo francese ha parlato di un cambiamento di natura del movimento, mentre le autorità hanno segnalato episodi di vandalismo, incendi e aggressioni. È precisamente in questo passaggio che diventa utile leggere la vicenda attraverso Durkheim e Canetti. Perché quando un individuo perde i propri riferimenti comunitari, quando non riconosce più un sistema condiviso di norme, valori e appartenenze, la sua frustrazione può cercare una forma collettiva. Durkheim avrebbe parlato di una crisi dell’integrazione e della regolazione sociale: l’individuo non è più sufficientemente legato a un ordine morale condiviso. Canetti ci permette di osservare l’altro lato della questione: la massa può restituire all’individuo una sensazione di forza che nella solitudine non possiede. Il ragazzo che nella vita quotidiana è soltanto un individuo tra milioni di individui diventa, nella piazza, parte di un corpo collettivo. E improvvisamente non è più solo. Ha dei compagni. Ha dei simboli. Ha degli slogan. Ha un nemico. Ha una causa. La massa colma, almeno temporaneamente, quel vuoto di appartenenza che la società individualizzata non è riuscita a colmare. Ma questa non è ancora una comunità. È una comunità negativa, fondata non sulla condivisione di un patrimonio comune, ma sulla contrapposizione a qualcosa. Non siamo insieme perché crediamo nelle stesse cose. Siamo insieme perché siamo contro qualcuno. Ed è qui che la vicenda francese diventa particolarmente interessante.Quando una massa nasce da una molteplicità di frustrazioni, inevitabilmente si pone il problema di darle un significato. La protesta originaria può essere confusa, contraddittoria, persino priva di una vera ideologia.La politica, invece, ha bisogno di nominare. Ha bisogno di spiegare. Ha bisogno di indicare le cause. E soprattutto ha bisogno di dire chi sono gli oppressi e chi sono gli oppressori. È quello che si sta osservando anche in Francia.La France insoumise e Jean-Luc Mélenchon hanno scelto di sostenere politicamente il movimento liceale, pur prendendo le distanze dagli episodi di violenza. Le Monde descrive questo sostegno come una posizione a doppio taglio: consente a LFI di rafforzare il rapporto con un elettorato giovane, ma la espone anche al rischio di essere associata alle degenerazioni della protesta. Mélenchon, dal canto suo, respinge l’accusa di avere organizzato il movimento e sostiene che esso sia nato dalle condizioni degradate del sistema educativo; contemporaneamente rivendica per LFI un ruolo di sostegno, mediazione e protezione dei giovani manifestanti.Questa distinzione è fondamentale.Non è necessario sostenere che LFI abbia creato la rivolta per osservare che LFI cerca di darle una rappresentazione politica. Ed è proprio questa la dinamica che merita attenzione. Una protesta nata da una molteplicità di problemi può essere trasformata in una lettura generale della società. Il disagio scolastico diventa disagio sociale. Il disagio sociale diventa esclusione. L’esclusione diventa conflitto. Il conflitto diventa identità. E l’identità, infine, diventa politica. La rabbia dispersa di migliaia di giovani può così essere ricomposta dentro una narrazione che individua il sistema responsabile della loro condizione. Non è un fenomeno esclusivamente francese. Ma in Francia assume una particolare evidenza perché si intreccia con la frattura territoriale tra centro e periferie, con la questione delle banlieue e con il conflitto intorno a razza, discriminazione e appartenenza nazionale. Il giovane della periferia non viene più necessariamente invitato a riconoscersi anzitutto come francese, come studente, come figlio di una comunità nazionale e locale. Può essere invitato a riconoscersi prima di tutto come membro di un gruppo definito dalla propria condizione di esclusione. È una trasformazione decisiva. Perché quando viene meno un’identità comune, le identità di conflitto diventano più forti. La comunità nazionale perde capacità di integrazione e altre appartenenze occupano quello spazio. È in questo senso che va letto anche il riferimento, presente nel dibattito francese, ai giovani delle banlieue e alla categoria dei “racisés”.Si deve osservare come una parte della politica contemporanea interpreti quelle disuguaglianze attraverso categorie identitarie, offrendo ai giovani una spiegazione complessiva della propria condizione. Il messaggio diventa: non sei semplicemente un ragazzo che vive un disagio; sei parte di un gruppo che subisce un sistema. E questa trasformazione può essere politicamente potentissima.Perché offre alla rabbia ciò che prima le mancava: un’identità.Ed è qui che emerge il vero paradosso.Una società sempre più individualizzata produce individui soli. Gli individui soli cercano appartenenza. La massa offre appartenenza. La politica offre alla massa una narrazione. E quella narrazione può trasformare una protesta spontanea in una identità collettiva permanente. Il risultato è che la politica rischia di non ricostruire il legame sociale, ma di politicizzare la sua frattura. Invece di ricomporre il “noi”, organizza il conflitto tra diversi “noi”. Invece di ricostruire una comunità nazionale capace di includere, può rafforzare una serie di identità contrapposte. È questo il punto più delicato della vicenda francese. Non bisogna scegliere semplicemente tra due spiegazioni opposte, “è tutta una protesta spontanea” oppure “è tutta una manipolazione politica”. La realtà è molto più complessa. La nostra società nel contempo rifiuta la complessità. La protesta può essere spontanea nella sua origine e politicamente interpretata nella sua evoluzione. Può nascere dal basso e contemporaneamente essere utilizzata, sostenuta e incanalata dall’alto. Può essere autentica nella rabbia e diventare ideologica nella sua rappresentazione. Ed è probabilmente questa la chiave per comprendere ciò che sta accadendo. La politica non ha necessariamente creato il vuoto. Ma può essere la prima ad arrivare quando quel vuoto cerca un significato. Il problema è ciò che viene prima della rivolta E allora la domanda torna all’inizio. Perché quei ragazzi hanno bisogno della rivolta? Non basta rispondere: perché le scuole sono degradate. Non basta rispondere: perché mancano insegnanti. Non basta rispondere: perché sono arrabbiati con il governo. Queste sono cause concrete e importanti, ma non spiegano completamente la trasformazione della protesta in un fenomeno di massa. La questione più profonda riguarda il vuoto precedente alla protesta.Una generazione che non trova più facilmente identità nella famiglia, nella scuola, nel territorio, nella storia nazionale, nel lavoro e nelle comunità intermedie rischia di cercare altrove un’identità. E l’identità può arrivare attraverso la politica. Ma può arrivare anche attraverso la massa. E la massa può essere costruita intorno a un valore oppure intorno a un nemico. Questa è la differenza tra una comunità e una rivolta.Una comunità dice: noi condividiamo qualcosa e per questo siamo responsabili gli uni degli altri. La massa della rivolta può dire: noi siamo arrabbiati e per questo abbiamo un nemico comune. La prima costruisce. La seconda può distruggere. Ecco perché il problema della Francia non può essere affrontato soltanto attraverso la repressione delle violenze, così come non può essere risolto semplicemente attraverso la legittimazione politica della protesta.La questione è molto più profonda.Bisogna ricostruire ciò che precede la politica. Bisogna ricostruire comunità capaci di dare identità senza avere bisogno di creare nemici. Famiglia. Scuola. Territorio. Memoria. Cultura. Responsabilità. PATRIA. Appartenenza. Sono queste le infrastrutture invisibili di una società. Quando funzionano, l’individuo può essere libero senza essere solo.Quando crollano, l’individuo rimane solo con la propria frustrazione.E allora la massa diventa seducente.Perché nella massa il ragazzo che non sa più chi è può finalmente sentirsi qualcuno. La Francia ci sta mostrando, ancora una volta, che la crisi dell’ordine sociale non comincia necessariamente con la violenza. Comincia molto prima. Comincia quando una generazione smette di sentirsi parte di qualcosa.La violenza è soltanto il momento in cui quel vuoto diventa visibile. E quando arriva la politica, può scegliere se colmare quel vuoto ricostruendo una comunità oppure se trasformarlo in identità di conflitto.È questa, forse, la vera posta in gioco della rivolta francese. Non soltanto capire chi protesta contro chi.Ma capire chi sarà capace di dire a quei giovani chi sono, a quale comunità appartengono e per quale futuro vale la pena costruire invece di distruggere.