
C’è qualcosa di profondamente marcio nel regno di Danimarca, che poi sarebbe la nostra Penisola, dove la bilancia della giustizia sembra tarata da un orefice orbo. Da una parte abbiamo le piazze “de sinistra”, quelle extraparlamentari, dove il curriculum minimo per essere ammessi prevede il lancio del sanpietrino e il pestaggio del poliziotto di turno. Dall’altra, ragazzi che osano ricordare coetanei ammazzati cinquant’anni fa. Il risultato? I primi distruggono città e tornano a casa per cena; i secondi finiscono in tribunale perché hanno alzato un braccio. Il copione è stantio. Arrivano i professionisti del disordine, quelli che confondono la democrazia con lo sfasciare le vetrine del piccolo commerciante (che, povero cristo, le tasse le paga anche per loro). Picchiano, spaccano auto, incendiano cassonetti sotto l’occhio benevolo di una certa politica che, tra un “capiamo il disagio” e un “non bisogna soffocare il dissenso”, di fatto legittima i delinquenti da strada. Per loro, la magistratura sembra avere sempre la mano di velluto: indagini infinite, prove che non bastano mai, identificazioni impossibili sotto il cappuccio “d’ordinanza”. Poi ci sono gli altri. Giovani che si ritrovano per gridare “Presente!” davanti a una lapide di un ragazzo ammazzato vilmente, spesso proprio dai nonni ideologici di chi oggi sfascia le banche. Qui la macchina della giustizia diventa un orologio svizzero. Scattano i processi per apologia, si scomodano le leggi Scelba e Mancino, si aprono dibattiti accademici sulla pericolosità sociale di un gesto simbolico durante una commemorazione privata.Ci chiediamo: chi è più pericoloso? Chi urla un nome con la mano alzata per trenta secondi o chi mette a ferro e fuoco un quartiere per tre ore? Ma il vero capolavoro è la vigliaccheria politica. Questi professionisti del disordine utilizzano le famiglie perbene e gli studenti sinceri come scudi umani. Si infiltrano nelle manifestazioni legittime, ne sporcano il senso e poi scappano, lasciando che a pagare il conto siano i cittadini. E la magistratura? Invece di perseguire chi scatena una guerra non dichiarata, preferisce concentrarsi sui reati d’opinione, perché è più facile processare un simbolo che un teppista col passamontagna.Sarebbe ora che qualcuno avesse il coraggio di dire la verità: una città distrutta è un danno reale; un saluto romano durante un funerale è, al massimo, una memoria che non piace a tutti. Ma in questa Italia capovolta, chi rompe non paga, e chi ricorda viene processato