
L’opera di Ivan Aleksandrovič Il’in (1883-1954), filosofo religioso russo di orientamento hegeliano, non è ancora disponibile in italiano. Tra i pochi a occuparsene Ol’ga Strada, figlia dello slavista Vittorio Strada, che ne ha messo in luce la complessità, sottolineando come sia stato un autore al tempo stesso sottovalutato e abusato che ha profondamente influenzato, tra le altre cose, il pensiero liberale russo prerivoluzionario. Ancora oggi, sia in Russia sia in Italia, prevale tuttavia un’esegesi di matrice sovietica (in perfetta sintonia con quella liberale che le succedette) che lo classifica come “nazifascista” in quanto antisovietico, accusa alimentata soprattutto attraverso il richiamo a opere quali Sul fascismo russo (O russkom fašizme, 1928) e Il nazional-socialismo. Un nuovo spirito (Nacional-socializm. Novyj Duch,1933): per la comprensione della complessità della questione basti ricordare che numerose furono le sue critiche nei confronti della Germania nazista e dell’operato di Hitler nel periodo prebellico. Inoltre, lo scalpore che desta la sua opera deve essere spiegato a partire dalla riduzione ideologica, propagandistica ed eurasiatizzante consapevolmente operata da Dugin (si pensi alle discussioni relative all’attribuzione del nome del filosofo russo al centro studi diretto dallo stesso Dugin presso l’Università Statale Russa per le Scienze Umane). Nella fattispecie l’obiettivo è, come sempre, quello di scioccare le opinioni pubbliche, esaltando indirettamente non tanto la figura controversa di un pensatore come Il’in, quanto, appunto, la sua immagine superficiale e stereotipata condivisa acriticamente a livello generale. L’unico elemento di “novità” di questa iniziativa consiste nel “salvare” (volutamente in modo parziale) un autore della destra russa dalla banalissima e, anche se vetusta, estremamente attuale sia in Russia sia in Occidente “reductio ad Hitlerum”, poiché eurasiatizzato. A questo proposito, è bene precisare che Il’in non condivideva l’astio antieuropeo tipico degli eurasiatisti e non rigettò la tesi dell’europeità della Russia; al contrario, l’eurasiatismo nacque come tentativo di giustificare la rivoluzione da parte di quegli emigrati che avevano scelto di ritornare nella Russia bolscevica.Seguono alcuni passi tratti dall’articolo L’URSS non è la Russia (SSSR — ne Rossija, 1947): «Ma il “patriottismo sovietico” è qualcosa di distorto e ridicolo. È un patriottismo della forma statuale. Il “patriota sovietico” non è fedele alla sua vera Patria (la Russia) né al suo popolo (il popolo russo). Egli è fedele alla forma sovietica in cui la Russia soffre e viene umiliata da ormai trent’anni; è fedele a quel “sistema sovietico” partitico comunista che opprime e annienta il popolo russo fin dall’inizio della rivoluzione. Chiedete a queste persone perché non si definiscono semplicemente patrioti russi? “Perché non chiamano lo stato che dicono di amare ‘Russia’?” “Perché concedono questo prezioso privilegio a noi, che apertamente chiamiamo la nostra Patria ‘Russia’, e noi stessi ‘russi’?” (…) Chiediamoci ancora: cosa significa l’espressione “sono un patriota monarchico”? Non significa nulla; è un balbettio politicamente insignificante. Ha senso dire: sono un patriota francese e, al contempo, sono repubblicano». «Il patriota sovietico è fedele al potere, non alla patria, al regime, non al popolo, al partito, non alla nazione». «Secondo questa visione, uno stato che non persegue il benessere del proprio popolo, ma abusa delle sue risorse per la “rivoluzione mondiale”, non è uno stato nazionale, ma un’organizzazione distorta e anti-nazionale. (…) Per loro [i bolscevichi] la Russia è un mezzo, non un fine: uno strumento destinato a perire nella lotta dei comunisti per il potere mondiale, uno strumento di cui non vale la pena rammaricarsi». «[L’URSS] Ha bisogno del territorio russo, delle materie prime russe, della tecnica russa, dell’esercito russo: per i propri scopi particolari, non russi, estranei alla Russia, “internazionali”, rivoluzionari». «Chi consapevolmente viola i diritti altrui, mina e compromette i propri. (…) Ma ciò che più conta è che i Soviet non creano una cattiva reputazione per sé stessi, ma per la Russia. Tutta la loro politica territoriale e internazionale è un continuo screditamento dello stato nazionale russo; dilapidano il prestigio internazionale della Russia, sporcano il buon nome della Russia in tutto il mondo e le creano la reputazione di un brigante internazionale».